La pietà digitale

La pietà digitale

di santo mangiameli e sandra quagliata

Ancora una Pietà, questa volta a colori, una pietà digitale. Il World Press Photo 2012 racconta e premia la primavera araba citando la Pietà di Michelangelo, l’autore è lo spagnolo Samuel Aranda. (foto 1). Tanti sono stati i pareri, anche in opposizione, alla premiata foto, ma ad Aranda va certo il merito di essere stato il solo fotografo occidentale presente in Yemen durante le rivolte. Sul piano formale la foto che ritrae Fatima Al-Qaws, la donna velata che abbraccia il figlio ferito a Saana, dopo una manifestazione anti-governativa, è un’immagine profondamente semplice e costruita sulle direttrici di una geometria minimale. L’assoluta centralità del soggetto, il dualismo cromatico, la neutralità della quinta lignea e il vuoto prospettico danno all’immagine un elevato valore iconico che astrae la scena dal reale. L’impossibilità, poi, di riconoscere i volti trasforma la foto in un simbolo che parla universalmente della primavera araba. Ciò che è successo per la foto di Aranda non è certo un caso isolato. Già nel 1997 la Madone de Bentalha (foto 2) foto scattata ad Algeri da Zaouar Hocine (France Presse), venne presentata sulle prime pagine di settecentocinquanta testate mondiali come un’icona suggestiva di uno dei temi più cari all’immaginario cristiano, vincendo nel 1998 il W.P.P.  Riconoscendo i meriti alla fotografia, così carica di valori umani e storici nel narrare e denunciare il massacro di quattrocentodiciassette persone, appare però riduttivo riconoscerne il valore unicamente in chiave iconica, ricordando anche quanto detto dal critico e storico d’arte Georges Didi-Huberman sulla “colonizzizzazione” occidentale del dolore di Oum Saâd, la donna musulmana ritratta. Così è per le tante “pietà” consegnateci dai grandi del fotogiornalismo: pensiamo a quelle di Salgado, Nachtwey (foto 3) e alla celebre Tomoko Uemura in Her Bath di Smith (foto 4), scattata a Minamata nel 1972 che riuscì a bloccare il progressivo avvelenamento al mercurio della baia di Minamata, causato dalla Chisso Corporation. Tra tutte, la “pietà” di Smith ci mostra per prima in che termini si possa tradurre in chiave iconografica un momento emblematico della vita di Tomoko. Più volte si è detto come il modello michelangiolesco emerga dallo scatto di Smith. Se c’è del vero, a nostro avviso, questa lettura presenta dei limiti: Smith ribalta tutti i valori della pietà romana, superando l’idealismo rinascimentale a favore di un realismo storico di denuncia. Fermarsi soltanto al riconoscimento iconografico delle immagini per avvalorarne significato e importanza non ci sembra esaustivo, sarà lo stesso Michelangelo a ripensare la sua scultura elaborando concettualmente, in tarda età, un’idea diversa di pietà, declinata in termini più espressivi. Senza cadere in rigidi parallelismi, le sculture di Michelangelo e lo scatto di  Smith, ci appaiono immagini complementari, lontane da ogni forma di clonazione culturale. Così come Michelangelo per i manieristi, anche Smith consegnerà una riflessione decisiva per le future generazioni. Accadrà per Salgado, Lu Guang (foto 5 e 6) ed altri, al punto tale che sembra riproporsi anche un “manierismo” fotografico. Quando negli anni ‘20 del Novecento Max Dvoràk riconobbe i segni di una crisi spirituale e di una nuova sensibilità nelle opere dei manieristi, spiegò come le nuove immagini fossero contraddistinte da una fantasia individuale e creatrice in antitesi alle norme classiche. Al di là dell’ iconografia, la riflessione soggettiva rappresenta il dato indispensabile di un immagine. Così è per la “pietà” di Salgado, scattata in Sudan, potente immagine della dignità della vita umana (foto 7). Ci chiediamo dunque quale possa essere, ancora oggi, l’utilità di alcuni pregiudizi artistici sulla fotografia e dove porti l’astrazione imboccata dallo spagnolo Aranda.

Così la primavera araba viene raccontata dal gusto occidentale. Un Occidente indiscusso che celebra l’ormai  così vicino Oriente con una codifica e decodifica apparentemente innocua eppure fortemente politicizzata e ancora una volta imponente e imposta. Un Occidente che, incapace d’interpretare, cita se stesso, omaggiandosi. L’estetica vince sulla storia, sulla dignità e il riconoscimento che si dovrebbe ad ogni cultura. E’, forse, integralismo occidentale? Icona, stereotipo di quella civiltà dell’immagine che ai valori estetici ha attribuito priorità, ancor prima del contenuto. Ed è ciò che temeva, riferendosi in generale alla difficile scelta per la premiazione dell’importante già citato concorso W.P.P, Renata Ferri membro della giuria e photo editor di Io Donna, “Senti il rischio di iconizzare il dolore, di cadere negli stereotipi.”. L’Occidente può identificarsi, espiando così la colpa, bisognoso d’essere consolato e redento. E’, forse, ciò che avvenne nel 1955, con la mostra La famiglia dell’uomo di Edward Steichen co-fondatore di Photo-secession, che arrivò, come dice la Sontag “…per dimostrare che l’umanità è una e che gli esseri umani, nonostante i difetti e le cattiverie, sono creature attraenti. Le persone raffigurate nelle fotografie erano di tutte le razze” e ancora, secondo la Sontag, ciò impedisce una comprensione storica della realtà, negando così il peso delle differenze, dei conflitti che hanno le radici dentro la storia. Secondo Renata Ferri la nuova Pietà di Aranda tratta di “formalità classica a cui è difficile non dare retta”. La lettura dell’immagine trova un bivio che in entrambe le direzioni non può soddisfare il passaggio alla storia che inevitabilmente fa la foto premiata: occhi ingenuamente ignoranti o storicamente dominanti?

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