La disinformazione della foto-quotidiana

La disinformazione della foto-quotidiana

di Sandra Quagliata e Santo Mangiameli

“…secolare minaccia di una conquista surrealista della sensibilità moderna (S.Sontag)”

Non contenibile e liquida nella storia, sincera. Così viene utilizzata all’occorrenza, didascalicamente, dalle grandi testate giornalistiche per ricalcare, sottolineare, parole già dette, scritte, stampate e per questo autoritarie e indiscutibili. Perché è vero che c’è anche la fotografia lusingatrice, quella costruita secondo l’impacchettamento televisivo, che va dalla luce alla composizione, passando per la creazione di pathos facilmente vendibile e spendibile, facilmente fruibile e infine tollerabile; ma soprattutto questa fotografia ha la grande potenza d’essere dimenticata: la morte del fotogiornalismo che invece vuole e deve costruire memoria di un paese. Ma troppo lavoro è anche soltanto passare da tutte queste qualifiche prima ancora d’essere dimenticata. Così alle dittature della seconda guerra mondiale scappa la scintilla che pure viene utilizzata durante la propaganda delle stesse, ma che inevitabilmente scappa… è la Magnum a nascere a ridosso di queste perché i fotogiornalisti vogliono dire la propria al di là delle didascalie della propaganda che li ha utilizzati all’occorrenza. Dalla nascita della Magnum, innanzitutto rivendicazione di libertà e autonomia della fotografia cosa è cambiato?
Leonardo Brogioni, giornalista di Progresso Fotografico afferma “Il problema del controllo dei fotografi è così presto risolto: si scelgono coloro che possono essere manipolabili o il cui stile è in sintonia con il messaggio che la rivista deve inviare ai propri lettori (…). La realtà professionale è fatta di fotogiornalisti che lavorano e campano realizzando, loro malgrado, servizi di scarso interesse, di bassa qualità e di poca soddisfazione economica..”
Nella pratica come si esplica questa perdita, innanzitutto, dei lettori?


Il 13 marzo 2003 le più grandi testate nazionali e internazionali dei paesi facenti parte della coalition of the willing, (tra cui, appunto, l’Italia) ci informavano dell’attentato a Nassiriya che causò ventisette vittime e certamente un duro colpo sul piano del consenso, anche mediatico, alla politica militare della coalizione. Lo facevano tutte con la stessa immagine, quella dell’Associated Press, scattata da Anja Niedringhaus. La foto, in un insolito notturno, inquadrava un militare italiano a guardia dell’area colpita dall’esplosione, col fucile in asse di fronte alle macerie del comando. Se non fosse stato per il gesto del braccio alzato sull’elmetto e il capo chino, che tuttavia rimane sobriamente misurato e composto, e la potenza iconica dell’edificio sventrato volutamente lontano nella semioscurità dell’orizzonte, difficilmente potremmo intendere la tragicità dell’accaduto. Altre immagini avrebbero potuto esprimere un maggiore coinvolgimento umano, quantomeno più vicine in tempo reale all’esplosione mattutina e attente a cogliere la mimica del volto del militare, che invece rimane distante e sovraesposta a causa dei riflettori televisivi. Se la foto si impone sulle prime pagine, traducendo in termini visivi l’enunciato dei titoli nazionali che aprono all’unisono sulla “ Strage degli italiani”, il Manifesto decide, invece, di quadrare e ingrandire la foto in un disperato tentativo di ricerca dell’umano. Che la scelta editoriale non fosse determinata dall’assenza di altre immagini, lo si capisce dal lavoro della Reuters sul posto fin dal momento dell’attentato. La differenza sta sulla potenzialità iconica e simbolica dello scatto di Anja Niedringhaus: la tragedia viene epurata e ordinata secondo uno schema che annulla tutti i segni realistici della tragedia e della sconfitta militare, offrendo al lettore l’immagine appena turbata di un militare capace di continuare la sua missione. Si tratta di un messaggio rassicurante e in linea con il giudizio di un governo che giustifica la sua manovra militare senza mai criticare, nemmeno dinnanzi ad un costo umano così elevato.
L’esercizio di desemantizzazione è ripetibile con moltissime prime pagine degli ultimi dieci anni del Paese, e forse potremmo allargare il campo e iniziare a leggere e decodificare dalla nascita della tv commerciale in poi, quando in Italia tutti i mass-media divengono contorno di questa.
L’influenza dei mass-media sulla società, sull’orientamento politico di una nazione è troppo importante per lasciare ai fotogiornalisti, alla fotografia la libertà d’esprimersi e perché questa assenza non sia troppo rumorosa, perché non ci si interroghi troppo sul perché di tale assenza allora è presente in tutta la sua mancanza di autonomia e in tutta la sua ridondanza.
In Italia siamo al sessantunesimo posto secondo la Classifica Mondiale della Libertà di Stampa del 2011-2012 di Reporter senza frontiere.

Link utili:

http://rsfitalia.org/classifica-della-liberta-di-stampa-2011-2012-3/

http://www.leobrogioni.it/fotogiornalismo/articoli%20AR/lib&fg.pdf

http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=569

4 Comments

  1. Concordo in pieno…parola per parola. Grazie per il coraggio dimostrato nell'esporre un pensiero non sempre visto di buon occhio da tutti, ovviamente.

  2. Bell'articolo. Merita un approfondimento.

  3. Riflettendo sul vs. articolo ho ripensato ad una volta che, leggendo di Enzo Biagi, rimasi colpita dal suo racconto; eccolo: « Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un "vendicatore" capace di riparare torti e ingiustizie […] ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo ». Ricordate poi, l'editto bulgaro. Ma non si tradì mai.
    Auguri

  4. Grazie a tutti per i commenti e il sostegno.

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